Episodio 24: La Guerra per Zendikar

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Episodio 24Era delle Sentinelle (2015-2020)📖 23 min di lettura
Ep. 23Episodio 23: Lorwyn/Shadowmoor —...

La Guerra per Zendikar: Quando il Multiverso Trattenne il Respiro

Due anni. Settecentotrenta giorni di terrore assoluto. Da quando Nissa aveva infranto i sigilli dell'Occhio di Ugin, liberando i titani Eldrazi dalla loro prigione millenaria, Zendikar agonizzava. Quello che era stato un mondo selvaggio e pericoloso — un piano dove la terra stessa si ribellava ai suoi abitanti attraverso il fenomeno unico del Ribollio — era diventato un incubo di annientamento cosmico. Gli Eldrazi non si limitavano a distruggere: consumavano. Ogni particella di mana, ogni scintilla di vita, ogni frammento di realtà scompariva nel vuoto della loro fame insaziabile.
Zendikar: dove la terra stessa si erge contro l'annientamento
Zendikar: dove la terra stessa si erge contro l'annientamento
I primi giorni dopo la liberazione dei titani erano stati i più terrificanti. I tre Eldrazi — Ulamog, Kozilek ed Emrakul — erano emersi simultaneamente dalla loro prigione sotto le montagne di Akoum, le loro forme titaniche al di là di tutto ciò che gli abitanti di Zendikar avessero mai immaginato. Le leggende parlavano di "dei" ancestrali, ma questi racconti non avevano preparato il mondo alla realtà da incubo di creature la cui mera presenza corrompeva il tessuto dell'esistenza. Poi, con la stessa misteriosa contemporaneità con cui erano apparsi insieme, Emrakul e Kozilek erano scomparsi. Nessuno sapeva dove fossero andati — forse nelle regioni più remote di Zendikar, forse verso altri piani, o forse in dimensioni che le menti mortali non potevano concepire. Restava solo Ulamog, ma Ulamog da solo era sufficiente a condannare un intero mondo. Il titano del consumo percorreva il piano con una lentezza terribile, lasciando nella sua scia distese di terra sbiancata — gusci vuoti dove nessuna magia poteva esistere. Dove passava Ulamog, persino il mana scompariva, aspirato nel vuoto della sua fame cosmica. La sua progenie, innumerevole come le stelle di un cielo maledetto, trasformava tutto ciò che toccava in quella stessa sostanza gessosa e morta. I processori Eldrazi lasciavano dietro di sé strutture bianche e cristalline, involontari monumenti all'annientamento che portavano.

I Rifugiati e la Fuga

Nei primi mesi della catastrofe, ondate di rifugiati si riversarono nelle regioni ancora risparmiate. Gli elfi di Bala Ged furono tra i primi a perdere le loro case, le loro foreste ancestrali ridotte in polvere bianca in poche settimane. I Kor degli altopiani abbandonarono le loro linee e i loro punti d'ancoraggio, fuggendo verso territori che non avevano mai abitato. Le sirene dell'Halimar videro morire le loro barriere coralline, i loro canti di navigazione trasformarsi in lamentazioni. E poi c'erano i vampiri. Queste creature della notte, che per lungo tempo avevano considerato le altre razze di Zendikar come prede, si trovarono di fronte a un dilemma esistenziale. Gli Eldrazi non si curavano della loro immortalità, della loro forza soprannaturale o della loro sete di sangue. Per i titani del nulla, un vampiro era semplicemente un'altra fonte di mana da consumare. Di fronte a questa minaccia di estinzione totale, le casate dei vampiri dovettero fare una scelta impensabile: allearsi con coloro che avevano cacciato per millenni.

Porta del Mare: L'Ultimo Baluardo

In mezzo a questo apocalisse, un uomo si rifiutava di cedere alla disperazione. Gideon Jura, il planeswalker la cui invulnerabilità non aveva eguali se non nel suo senso del dovere, aveva fatto di Zendikar la sua causa. Dove altri sarebbero fuggiti verso piani più sicuri — e molti lo avevano fatto, perché i planeswalker avevano quella scelta che i mortali non avevano — Gideon organizzava la resistenza. La sua storia era quella di un uomo tormentato dal fallimento. Sul suo mondo natale di Theros, Gideon aveva guidato i suoi Irregolari — una banda di giovani guerrieri che considerava la sua famiglia — in una missione contro un titano. La sua arroganza li aveva fatti uccidere tutti, tutti tranne lui, protetto dalla sua invulnerabilità. Quel senso di colpa non lo aveva mai abbandonato. A Zendikar, vedeva una possibilità di redenzione, un'opportunità per proteggere coloro che non potevano proteggersi da soli, di non ripetere gli errori del passato. Porta del Mare, la più grande città di Tazeem, era diventata il cuore di questa resistenza. Venti acri di civiltà arroccati sulle mura dell'Halimar, con il suo faro di trecentocinquanta piedi che dominava le acque — il Faro, centro di tutto il sapere di Tazeem — era tutto ciò che rimaneva della speranza di Zendikar. Sotto la guida del Comandante Tazri e con l'aiuto dell'angelo Linvala, i sopravvissuti delle diverse razze di Zendikar avevano messo da parte le loro differenze ancestrali per affrontare la minaccia esistenziale che li divorava tutti. Tazri era una umana di eccezionale determinazione, una tattica che aveva capito prima di molti altri che le vecchie rivalità tra razze dovevano cedere di fronte alla necessità della sopravvivenza collettiva. Aveva personalmente negoziato con i leader di ogni fazione — gli anziani Kor, le matriarche elfiche, i signori vampiri — convincendoli uno per uno che la loro unica speranza risiedeva nell'unità. Ma anche questa improbabile alleanza non poteva reggere all'infinito. Due anni dopo la liberazione degli Eldrazi, Porta del Mare cadde. La città che era stata il faro della conoscenza e del commercio divenne un campo di rovine bianche, un'altra vittima della fame insaziabile di Ulamog. Il Faro crollò, i suoi tre secoli di sapere accumulato ridotti in polvere.

La Coalizione dei Sopravvissuti

La caduta di Porta del Mare avrebbe potuto segnare la fine di ogni resistenza. Molti lo credettero — che l'ultimo baluardo della speranza si fosse appena spento e che non restasse altro che aspettare la fine. Ma Zendikar era sempre stato un mondo di sopravvissuti — esseri forgiati da secoli di lotta contro un ambiente ostile dove persino la terra poteva rivoltarsi contro di te. I Kor, navigatori del cielo con i loro ganci e le loro corde, portavano la loro leggendaria mobilità. Capaci di attraversare i burroni più profondi e scalare le scogliere più ripide, servivano da esploratori e messaggeri, mantenendo le comunicazioni tra le diverse forze alleate anche quando le rotte terrestri erano tagliate. Gli elfi di Bala Ged, le cui foreste erano state tra le prime a cadere, combattevano con la rabbia di chi non ha più niente da perdere. La loro connessione con la natura di Zendikar dava loro un vantaggio unico — potevano sentire l'avvicinarsi degli Eldrazi prima ancora di vederli, percependo il mana che veniva risucchiato come un animale sente un predatore. I vampiri di Malakir, sotto la guida di Drana, avevano scelto di combattere al fianco delle loro ex prede piuttosto che diventare il pasto degli Eldrazi. La stessa Drana era una figura leggendaria — una vampira di immensa potenza che era sopravvissuta a secoli di conflitti. La sua decisione di unirsi alla coalizione era stata controversa all'interno della sua stessa casata, ma aveva sostenuto che i morti non possono nutrirsi, e che era preferibile avere alleati vivi che nemici consumati. Munda, il capoguerriero Kor, coordinava le imboscate contro gli sciami di Eldrazi. La sua tattica consisteva nel colpire veloce e duro, poi ritirarsi prima che i titani potessero reagire. Questi raid di guerriglia non potevano sconfiggere gli Eldrazi, ma rallentavano la loro avanzata, guadagnando tempo prezioso per evacuare le popolazioni minacciate. Persino i goblin, spesso considerati la razza meno affidabile di Zendikar, giocavano un ruolo cruciale. Zada, una sciamana con unici poteri di duplicazione, guidava le sue bande in raid suicidi contro gli sciami di Eldrazi. Il suo potere le permetteva di moltiplicare gli incantesimi offensivi, trasformando una singola palla di fuoco in cento esplosioni simultanee. Queste spettacolari diversioni distoglievano l'attenzione dei processori Eldrazi, permettendo alle forze principali di manovrare.

Ob Nixilis: Il Demone Scatenato

Ma non tutti gli esseri potenti di Zendikar combattevano dalla parte della vita. Ob Nixilis, l'ex planeswalker diventato demone dopo essere stato maledetto dall'Incatenatore, era stato imprigionato su Zendikar per secoli, incapace di fuggire. La sua storia era quella di una caduta spettacolare — un tempo conquistatore di leggendaria crudeltà, aveva percorso il multiverso lasciando mondi devastati nella sua scia. Finché non incontrò l'Incatenatore, un'entità misteriosa che gli aveva inflitto una terribile maledizione, trasformandolo in un demone e spegnendo la sua scintilla di planeswalker.
Ob Nixilis: l'odio incarnato ritrova il suo potere
Ob Nixilis: l'odio incarnato ritrova il suo potere
Gli edron della rete creata da Nahiri lo avevano tenuto prigioniero su Zendikar, prosciugando gli ultimi residui del suo potere planare e riducendolo allo stato di creatura legata al piano. Per secoli aveva covato la sua vendetta, accumulando un odio così puro da poter alimentare mille maledizioni. Odiava Zendikar, odiava gli edron che lo trattenevano, odiava l'Incatenatore che lo aveva maledetto, e odiava soprattutto la propria impotenza. La liberazione degli Eldrazi aveva perturbato la rete di edron, indebolendo le catene che trattenevano il demone. Manipolando gli eventi e assorbendo l'energia di un altro planeswalker — una trasgressione di una crudeltà inaudita che uccise la sua vittima in una terribile agonia — Ob Nixilis riuscì a riaccendere la sua scintilla. Libero di viaggiare di nuovo tra i piani, avrebbe potuto semplicemente andarsene, abbandonare Zendikar al suo destino e cercare nuove prede nel multiverso infinito. Ma la vendetta bruciava troppo forte nel suo nero cuore. Ob Nixilis voleva vedere Zendikar bruciare. Voleva vedere soffrire i planeswalker che avevano osato opporsi a lui. E voleva assaporare ogni momento della loro sconfitta.

La Chiamata dei Guardiani

Di fronte a questa doppia minaccia — i titani Eldrazi che divoravano il mondo e un planeswalker demoniaco assetato di vendetta — Gideon capì che nessun eroe solitario avrebbe potuto trionfare. Aveva bisogno di alleati. Non semplici combattenti, ma altri planeswalker, esseri capaci di comprendere la posta in gioco che andava oltre un singolo mondo, individui il cui potere potesse rivaleggiare con quello delle minacce che affrontavano. Jace Beleren rispose alla chiamata. Il telepata aveva percorso il multiverso in cerca di risposte sulla propria natura — il suo passato cancellato, la sua identità frammentata, i misteri che lo circondavano da quando aveva scoperto il suo dono. Ma le sofferenze di Zendikar risvegliarono in lui qualcosa che aveva quasi dimenticato nella sua ricerca della conoscenza: una coscienza, un senso del dovere verso coloro che non potevano difendersi da soli. Jace era un uomo di contraddizioni. Il suo prodigioso intelletto analizzava la situazione con la freddezza di uno stratega, calcolando le probabilità di successo e fallimento con precisione matematica. Ma sotto questa facciata di distacco, un cuore che spesso si rifiutava di riconoscere guidava le sue decisioni. Non poteva semplicemente guardare Zendikar morire. Non quando aveva il potere di fare qualcosa. Anche Chandra Nalaar arrivò, fuoco e furia incarnati. Lei che aveva trascorso la sua vita a fuggire — i Consoli di Kaladesh che avevano ucciso suo padre, i cacciatori che la braccavano, il senso di colpa per essere sopravvissuta quando la sua famiglia era perita — trovò in Zendikar una causa per cui valeva la pena combattere. Gli Eldrazi non negoziavano, non mentivano, non tradivano. Consumavano, semplicemente e puramente. Di fronte a un nemico così assoluto nel suo orrore, le fiamme di Chandra trovarono finalmente uno sfogo degno di loro. E poi c'era Nissa. Nissa Revane, l'elfa animista il cui errore aveva scatenato questa catastrofe. nell'Occhio di Ugin, aveva creduto di fare la cosa giusta — aveva pensato che gli Eldrazi, una volta liberati, avrebbero semplicemente lasciato Zendikar per cercare il loro cibo altrove. Si era sbagliata, tragicamente, catastroficamente sbagliata. Portava sulle spalle il peso di ogni vita perduta, di ogni foresta consumata, di ogni sorriso di bambino che gli Eldrazi avevano cancellato. Di notte, nei sogni, sentiva le grida di coloro che morivano. Vedeva i volti di coloro che avevano riposto fiducia in Zendikar, nelle sue difese naturali, e che erano stati traditi dal suo errore. Non poteva disfare ciò che aveva fatto — nessun potere del multiverso poteva — ma poteva combattere affinché il suo errore non fosse la fine di tutto.

Il Confronto con il Demone

Prima ancora di potersi occupare dei titani, i planeswalker dovettero affrontare Ob Nixilis. Il demone li aspettava, poiché aveva sentito il loro arrivo — le scintille dei planeswalker brillavano come fari nel tessuto del multiverso per chi sapeva guardare. Voleva distruggerli, assaporare la loro sconfitta prima di abbandonare questo mondo maledetto. Il confronto fu brutale. Ob Nixilis possedeva la potenza di un planeswalker combinata con la forma fisica di un demone — ali nere come il peccato, artigli capaci di lacerare la realtà, e una padronanza del mana nero che trasformava la morte stessa in un'arma. Contro di lui, quattro planeswalker che si conoscevano appena, i cui poteri non erano mai stati combinati, le cui personalità divergenti minacciavano in ogni momento di dividerli. Gideon fungeva da scudo, la sua invulnerabilità assorbendo gli assalti più devastanti del demone. Jace cercò di penetrare le difese mentali di Ob Nixilis, ma la mente del demone era un labirinto di odio puro, così intenso che persino il telepata più potente del multiverso rischiò di perdersi al suo interno. Chandra lanciò ondata dopo ondata di fiamme, ma Ob Nixilis le assorbiva, le trasformava, le rivoltava contro i suoi aggressori. Fu Nissa a fare la differenza. Il suo legame con Zendikar le permise di attingere alle riserve di mana del piano stesso, canalizzando un'energia che persino il demone non poteva ignorare. Le linee di forza si illuminarono attorno a lei, creando una rete di potere naturale che neutralizzò momentaneamente le tenebre di Ob Nixilis. Ferito ma non sconfitto, il demone fu costretto a fuggire. Giurò di tornare, di vendicarsi, di distruggere tutto ciò che i Guardiani cercavano di proteggere. Ma per il momento, aveva sottovalutato i suoi avversari, e quell'errore gli era costato caro.

I Giuramenti

Dopo aver sconfitto Ob Nixilis in quel brutale scontro che quasi li uccise tutti, i quattro planeswalker si trovarono di fronte a una scelta. Potevano andarsene, ognuno tornando alla propria vita errante, oppure potevano fare qualcosa che nessun planeswalker aveva fatto dall'era precedente al Mending: impegnarsi durevolmente gli uni verso gli altri. Gideon parlò per primo, come si addiceva al guerriero che aveva portato avanti questa causa fin dall'inizio. Si inginocchiò nella polvere di Zendikar, con la mano posata sul suolo sbiancato dagli Eldrazi, e pronunciò le parole che avrebbero definito una nuova era: "Per la giustizia e la pace, farò la guardia." Jace esitò. Il telepata scettico, che non si fidava di nessuno — nemmeno di sé stesso, perché come ci si può fidare di una mente di cui non si conosce la storia? — lottava contro i propri istinti. Tutto in lui gridava di restare distante, di non legarsi, di preservare la propria indipendenza. Ma qualcosa di più forte della paura lo spingeva avanti. Pronunciò parole che non avrebbe mai creduto di dire: "Per il bene del Multiverso, farò la guardia." Chandra, impulsiva e selvaggia, diede una risposta che la rappresentava perfettamente. Nessuna grande frase, nessuna promessa solenne, solo una semplice verità pronunciata con la sincerità del fuoco: "Se significa che la gente può vivere libera... sì, farò la guardia." E Nissa, l'elfa che aveva così tante ragioni per diffidare degli stranieri, che era cresciuta in un popolo xenofobo e aveva imparato a contare solo su sé stessa, aprì il suo cuore ferito a questi tre individui che conosceva appena: "Per la vita di ogni piano, farò la guardia." Così nacquero i Guardiani — il Gatewatch nella lingua comune. Il loro nome proveniva da Porta del Mare, la città che avrebbero difeso e dove pronunciarono i loro giuramenti. Era qualcosa di più di una squadra o di un'alleanza tattica. Era un patto sacro, una promessa che il multiverso non avrebbe mai più dovuto affrontare da solo le minacce che lo minacciavano.

Il Piano di Jace

Sconfiggere Ob Nixilis era stato difficile, ma il demone era solo un ostacolo sul cammino verso il vero nemico. Distruggere i titani Eldrazi sembrava impossibile — e secondo molti, lo era effettivamente. Queste entità esistevano al di là della comprensione mortale. Le loro forme su Zendikar erano solo proiezioni, "dita" immerse nella realtà di un essere il cui vero corpo trascendeva lo spazio stesso. Come uccidere qualcosa che non è veramente lì? Jace, tuttavia, aveva una teoria. La sua mente analitica aveva trascorso settimane a studiare gli Eldrazi, analizzando i resoconti antichi, interrogando i sopravvissuti che avevano visto i titani da vicino. E ne aveva tratto una conclusione audace: se i titani erano solo parzialmente presenti su Zendikar, perché non costringerli a manifestarsi completamente? L'idea si basava sulla rete di edron — quelle pietre misteriose che gli antichi avevano creato specificamente per contenere gli Eldrazi millenni prima. Questi edron non erano semplici prigioni fisiche; manipolavano il tessuto stesso della realtà, creando vincoli che influenzavano le dimensioni superiori dove gli Eldrazi esistevano veramente. Riattivando la rete e modificandola, si potrebbe teoricamente ancorare i titani al piano, costringendoli a esistere pienamente nella realtà fisica. Sarebbero ancora immensi, ancora terrificanti, ancora mortalmente pericolosi — ma sarebbero reali. E ciò che esiste pienamente nella realtà fisica può essere distrutto. Il piano era audace, forse persino folle. Richiedeva di riattivare una rete di edron danneggiata da millenni di abbandono e due anni di guerra Eldrazi. Bisognava attirare Ulamog in una zona specifica, tenerlo lì abbastanza a lungo perché gli edron facessero il loro lavoro. E soprattutto, bisognava sperare che la teoria di Jace fosse corretta — perché se si sbagliava, non ci sarebbe stata una seconda possibilità.

La Battaglia Finale

Tutto iniziò secondo il piano. Nissa, usando la sua connessione unica con l'anima di Zendikar, riattivò la rete di edron. Le linee di forza che percorrevano il piano si allinearono, creando una trappola invisibile ma potente. Era un lavoro estenuante — l'elfa animista doveva mantenere il suo legame con migliaia di pietre sparse per il continente, coordinando le loro energie con una precisione che sarebbe stata impossibile per chiunque non fosse cresciuto in comunione con il mana di questo mondo. Le forze alleate attirarono Ulamog verso la zona preparata. Non fu una manovra sottile — il titano del consumo non aveva strategia nel senso umano del termine, solo una fame. I Guardiani gli offrirono quella fame sotto forma di prede viventi, concentrazioni di mana, qualsiasi cosa potesse attirare la sua attenzione. Interi battaglioni furono sacrificati per mantenere il titano all'interno del perimetro previsto. Gli edron si illuminarono. Fasci di energia pura convergevano su Ulamog, avvolgendolo in una rete di vincoli magici come quello che lo aveva trattenuto per millenni. Il titano rallentò, la sua inesorabile avanzata interrotta per la prima volta dalla sua liberazione. Per la prima volta in due anni, sembrava... confuso. Indebolito. I Guardiani osarono sperare. E poi Kozilek tornò.

Il Titano della Distorsione

Nessuno lo aveva visto arrivare. Per due anni, Kozilek era scomparso, vagando in dimensioni che i mortali non potevano percepire. Alcuni avevano sperato che avesse lasciato Zendikar, attratto da prede più sostanziose altrove nel multiverso. Si sbagliavano. Kozilek, il maestro delle realtà alternative e delle geometrie impossibili, emerse dal nulla con una violenza che fece tremare l'intero piano. La sua sola presenza deformava lo spazio — le linee rette diventavano curve, le distanze perdevano senso, e i pensieri dei mortali si frammentavano in echi discordanti. I soldati che lo videro per primi persero la ragione, le loro menti incapaci di elaborare ciò che i loro occhi percepivano. I cristalli perfettamente neri che fluttuavano sopra la sua forma colossale assorbivano la luce stessa, creando buchi nella realtà che persino gli occhi dei planeswalker non potevano sopportare. Il suo potere corrompeva le lealtà, annebbiava i pensieri, trasformava le emozioni in disperazione e panico. Alleati si rivoltavano gli uni contro gli altri, convinti all'improvviso che i loro compagni fossero nemici travestiti. La trappola progettata per un solo titano vacillò sotto il peso di due. Gli edron crepitavano per il sovraccarico di energia, minacciando di esplodere. Nissa, mantenendo la rete con pura forza di volontà, sentiva le sue forze abbandonarla. Tutto ciò che i Guardiani avevano costruito — le loro alleanze laboriosamente forgiate, la loro strategia meticolosamente pianificata, le loro speranze così duramente conquistate — sembrava sul punto di crollare.
Gli edron di Zendikar: ultima difesa contro l'impossibile
Gli edron di Zendikar: ultima difesa contro l'impossibile

Nissa e l'Anima del Mondo

Nissa chiuse gli occhi. Attorno a lei infuriava il caos — le grida dei moribondi, il ruggito impossibile dei titani, il crepitio degli edron sovraccarichi. Il mondo tremava sotto il peso di due entità che non avrebbero mai dovuto esistere nella realtà fisica. Ma l'elfa animista cercava qualcosa al di là del rumore, al di là della battaglia. Cercava Zendikar stesso. E Zendikar rispose. Il piano aveva sofferto, ma non era morto. Sotto gli strati di distruzione, sotto le terre sbiancate e i mari prosciugati, il cuore di Zendikar batteva ancora. Le linee di forza — quelle arterie di mana che percorrevano il mondo — pulsavano di una vita ostinata, rifiutandosi di cedere all'annientamento. Il Ribollio, quel fenomeno che rendeva Zendikar così pericoloso e così unico, continuava a far battere il cuore del mondo. Nissa canalizzò quell'energia. Divenne il condotto tra Zendikar e gli edron, fondendo la sua coscienza con quella del piano. In quello stato di comunione totale, non era più semplicemente un'elfa che usava la magia verde — era Zendikar, e Zendikar era lei. Tessé il potere in fili di forza pura, creando una seconda rete che si intrecciò con quella degli edron. I due titani si ritrovarono intrappolati non solo in una trappola di pietra antica, ma nell'abbraccio stesso del mondo che cercavano di divorare. Zendikar li tratteneva, rifiutandosi di lasciarli andare. Per la prima volta nella loro esistenza, Ulamog e Kozilek erano completamente, totalmente, indiscutibilmente presenti nella realtà fisica.

Il Fuoco che Consuma gli Dèi

Ulamog e Kozilek erano intrappolati, ma intrappolati non significava sconfitti. Le loro forme titaniche si dibattevano contro i loro legami, e ogni secondo che passava indeboliva la rete. Gli edron cominciavano a scheggiarsi, le linee di forza di Nissa vacillavano sotto lo sforzo. Bisognava agire ora, o tutto sarebbe perduto. Chandra si fece avanti. Per tutta la vita aveva avuto paura delle proprie fiamme — della loro intensità, del loro potenziale distruttivo. A Kaladesh, durante l'esecuzione di suo padre, il suo dono si era risvegliato in un'esplosione di fuoco che aveva quasi ucciso i suoi stessi genitori oltre alle guardie consolari. A Regatha, aveva imparato a controllare il suo dono nel monastero di Keral Keep, ma una parte di lei aveva sempre trattenuto il suo fuoco, temendo cosa sarebbe successo se lo avesse veramente liberato. Non più. Attinse a ogni parcella di mana che Nissa aveva raccolto. Incanalò la rabbia di Zendikar, il dolore delle sue milioni di vittime, la determinazione disperata dei sopravvissuti. Prese tutto ciò che il mondo morente poteva darle, e lo trasformò in fuoco. E lo liberò tutto. Il fuoco che sgorgò da Chandra Nalaar non era ordinario. Non era semplicemente fuoco — era la rabbia di un mondo, focalizzata attraverso il cuore di una piromante senza limiti. Le fiamme inghiottirono entrambi i titani, bruciando non solo la loro carne fisica ma la loro essenza stessa — quella parte di loro che esisteva al di là di Zendikar, nelle dimensioni superiori dove erano sempre stati intoccabili. Ulamog urlò — se un essere senza bocca può urlare. Era un suono che trascendeva l'udito, una vibrazione che faceva risuonare l'anima stessa. Kozilek si frammentò in geometrie impossibili, ogni frammento consumandosi prima di toccare il suolo. Per un istante eterno, il cielo di Zendikar fu riempito da fiamme così brillanti da eclissare il sole, e due degli orrori più antichi del multiverso cessarono di esistere. E poi, il silenzio.

Il Prezzo della Vittoria

I titani erano morti. Per la prima volta nella storia del multiverso, due dei tre Eldrazi primordiali erano stati distrutti — non imprigionati come i loro creatori avevano fatto millenni prima, non banditi verso altre dimensioni, ma veramente, definitivamente annientati. La loro manifestazione materiale su Zendikar non esisteva più, e se la teoria di Jace era corretta, l'ancoraggio al piano aveva significato che quella distruzione si estendeva al loro intero essere. Ma la vittoria aveva un prezzo terribile. Migliaia di Zendikari erano periti nella battaglia finale — sacrificati per attirare i titani, consumati dalle fiamme di Chandra, schiacciati sotto i titani in furia. Intere regioni del piano erano diventate deserti di polvere bianca, per sempre incapaci di sostenere la vita. Il mana che le aveva animate era scomparso, aspirato dagli Eldrazi prima della loro distruzione. E da qualche parte nel Multiverso, Emrakul — il terzo e più terribile dei titani — vagava ancora, destinazione ignota. I Guardiani avevano sconfitto due minacce su tre, ma la più pericolosa era ancora libera. Porta del Mare fu ricostruita. Sotto la guida del Comandante Tazri e con l'aiuto dell'angelo Linvala, la città rinacque dalle sue ceneri bianche in meno di un anno. Il Faro fu riedificato, le sue mura rinforzate, e i rifugiati delle regioni devastate trovarono una nuova casa tra le sue mura. Non sarebbe mai più la stessa Porta del Mare — troppa conoscenza era andata perduta, troppe vite sacrificate — ma era una Porta del Mare viva, prova che Zendikar era sopravvissuta.

L'Alba dei Guardiani

Per i quattro planeswalker che avevano giurato di fare la guardia, la vittoria su Zendikar era solo un inizio. La loro alleanza aveva dimostrato ciò che molti ritenevano impossibile: che individui così diversi come Gideon il protettore, Jace il manipolatore, Chandra la ribelle e Nissa la solitaria potevano mettere da parte le loro differenze per compiere l'impossibile. Avevano sconfitto due titani del vuoto. Erano sopravvissuti al tradimento di Ob Nixilis. Avevano dimostrato che l'unione fa la forza, anche di fronte alle minacce più terrificanti del multiverso. E avevano creato qualcosa che non era esistito dall'era degli Antichi Camminatori: un'organizzazione di planeswalker dedita alla protezione del multiverso. Ma altri pericoli li attendevano. Emrakul era ancora là fuori, da qualche parte, e le sue motivazioni rimanevano tanto incomprensibili quanto la sua forma. Nicol Bolas, il drago antico le cui macchinazioni si estendevano attraverso le epoche e i piani, tesseva i suoi piani nell'ombra, manipolando eventi che i Guardiani non potevano ancora percepire. Nuovi mondi chiedevano aiuto, nuove minacce emergevano. I Guardiani avrebbero risposto a ogni chiamata. Era il loro giuramento, la loro ragione d'essere, la promessa che avevano fatto nella polvere di Porta del Mare. Quattro planeswalker — presto di più, man mano che altri si sarebbero uniti alla loro causa — si ergevano tra il multiverso e l'annientamento. La guerra per Zendikar era finita. Ma la guerra per il multiverso era appena iniziata.
Prossimo episodio: "Ombre su Innistrad" — Il mistero di Emrakul: Dove è andato il terzo titano? I Guardiani seguono una pista fino al piano gotico di Innistrad, dove strane mutazioni cominciano a colpire gli abitanti. La follia si diffonde, gli angeli si corrompono, e un orrore cosmico si rivela nel cuore stesso della luna d'argento. Scoprite come i guardiani del multiverso hanno affrontato una minaccia che non riuscivano a capire — e il terribile prezzo che Innistrad ha pagato per la loro vittoria.

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